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Archivio dell'autore: unialex

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Chi tra gli studenti universitari fuorisede non ha mai abitato tra quattro mura che definire casa è più che un’esagerazione? Chi non ha mai avuto il coinquilino “strano”? Chi non ha amici che hanno abitato in una di queste “case” e non l’hanno divisa con qualche strano personaggio? Questo blog è il luogo dove vi potete sbizzarrire raccontando tutti gli aneddoti più gustosi della vostra vita da universitari fuorisede! Se avete qualche storia divertente da raccontare e volete condividerla con gli altri, inviatela come commento a questa descrizione e quanto prima sarà pubblicata come post!

Il Roll

Chiunque abbia mai lavorato in un supermarket (proprio come facevo io durante l’estate per pagarmi gli studi) sa bene che cosa è l’oggetto di tortura della foto qui di fian: il temutissimo roll.

Per chi invece non ha avuto “il piacere” di confrontarsi e dover spingere (quando le ruote funzionano) questa gabbia metallica che può arrivare a pesare anche qualche quintale quando è carica, spiego in pochissime parole di cosa si tratta; il roll è una specie di contenitore che viene riempito di tutti i più svariati prodotti che si possono trovare sugli scaffali dei negozi per evitare che durante il trasporto se ne vadano tranquillamente in giro per il rimorchio del camion ad ogni curva della strada. Ovviamente i magazzinieri ed i commessi si trovano poi a dover combattere con i roll, smistando le merici che contengono nelle apposite corsie dei magazzini o direttamente sistemandole sugli scaffali del negozio. Un lavoraccio infame quando ti tocca sistemare ad esempio un roll carico di confezioni di vasetti di sottaceti. Calcolando che i roll hanno la base di un quadrato da un metro di lato e un’altezza di circa due metri è facile intuire che possono contenere diverse migliaia di vasetti di sottaceti, ma non è per raccontare le disavventure dei magazzinieri che ho aperto questo post…

Questo post tratta di un trio di miei colleghi universitari e della loro casa al primo piano con un salone grande da solo quanto un piccolo bilocale cittadino.

I tre, che chiamerò, Franco, Simone e Daniele (e che di certo ricompariranno anche in qualche futuro post) erano da sempre grandi bevitori di birra (come qualsiasi vero studente universitario) ed abitavano a poca distanza da un market. Le due cose insieme non potevano che creare un miscela esplosiva, sia per la facilità di approvvigionamento del suddetto nettare degli dei che per la storia che sto per raccontare. Infatti una sera tornando a casa dopo l’ennesima cena a scrocco da qualcun altro, specialità questa in cui tutti gli studenti fuorisede sono campioni da medaglia d’oro, passando davanti al market hanno per la prima volta notato che i magazzinieri dello stesso, a sera, lasciavano nel piccolo parcheggio antistante il negozio, i roll carichi del cartone da pressare per la raccolta differenziata.

Non si sa chi abbia avuto l’idea e neanche il perché, si sa solo che il mattino dopo, Franco, Simone e Daniele avevano nel loro soggiorno un roll “preso in prestito” dal parcheggio del negozio lì vicino. Ovviamente nessuno dei tre aveva intenzione di riportarlo indietro ed hanno finito per tenerlo di fianco al televisore. E fin qui non ci sarebbe niente di strano, o forse sì, ma il bello, la parte veramente divertente della storia è che il roll è finito per diventare in brevissimo tempo il “mobile” in cui i tre – ed i loro ospiti – gettavano a casaccio le lattine di birra vuote. L’ultima volta che lo vidi prima di rientrare a casa per i mesi estivi il cumulo di lattine aveva quasi raggiunto l’altezza di un metro e mezzo. Il tutto in poco più di un mese.

Seppi poi che quando un giorno il padrone di casa si presentò da loro, non ricordo più per quale motivo, e vide in soggiorno il roll pieno di lattine vuote che ovviamente emanava un odore fortemente alcolico, commentò dicendo che era stata un’idea carina quella che i tre avevano avuto e ci stava proprio bene lì vicino alla tv.

 

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Pubblicato da su 1 gennaio 2012 in Case Di Amici

 

Questione di doccia!

Il mio coinquilino Patrizio (ndf: nome di fantasia) aveva uno stile di vita totalmente sfasato. Era capace di mettersi a studiare alle tre di notte, far colazione alle due del pomeriggio e cenare alle dieci di sera. Il pranzo poteva variare a qualsiasi ora in questo lasso di tempo, anche se il più delle volte era incorporato nella colazione. Aveva uno stile di vita assolutamente poco salutare, ma non rinunciava ad andare in palestra “per mantenersi in forma”. Proprio in palestra aveva conosciuto un altro collega della facoltà: Claudio (ndf).

Claudio era uno di quei tipi che in facoltà nessuno considera, che passano inosservati e non hanno nessun vero amico. Era stato lui ad”incollarsi” a Patrizio e non il contrario. Patrizio dal canto suo ci chiacchierava senza troppo impegno ed era stata proprio durante una di queste chiacchierate che aveva scoperto il vero motivo per cui Claudio si era iscritto in palestra. Di norma gli uomini si iscrivono in palestra con la scusa del mantenersi in forma, ma in realtà lo fanno solo per andare a spiare culi, tette e per lanciare ami nella speranza che qualcuna abbocchi. Claudio no, lui l’aveva fatto per un motivo ben più concreto e legato a ragioni di vera salute fisica. Essendo anche lui uno studente fuorisede aveva dovuto affittare un appartamento, un monolocale; la genialata era stata quella di non rendersi conto al momento della stipula del contratto che nel bagno non c’era né vasca né doccia. L’unico modo che aveva per lavarsi era quello di farlo a pezzi tra lavandino e bidet. Non la cosa più comoda di questo mondo.

Per ovviare a questo problema l’unica soluzione che aveva trovato era stata quella di iscriversi in palestra. A Claudio non interessavano né il mantenersi in forma e neanche le possibilità di conoscere qualche ragazza, l’unica cosa che gli interessava della palestra era la possibilità, a fine allenamento, di potersi fare una vera doccia, con acqua calda e tutto quanto!

 
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Pubblicato da su 28 dicembre 2011 in Case Di Amici

 

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Gli spaghetti

Il lavandino della nostra cucina era un mobiletto traballante il cui rubinetto dell’acqua calda perdeva sempre. Non è che gocciolasse, c’era proprio un filo d’acqua che scendeva di continuo. La padrona di casa era stata avvisata, ma per via del fatto che l’acqua provenisse gratuitamente da un pozzo situato sotto le fondamenta della casa stessa (e questo sarà motivo di approfondimento in un altro post) non se ne era preoccupata molto. Tanto meno ci aveva mandato un idraulico per riparare il guasto. Avremmo potuto ripararlo anche noi, ma non è frequente che degli studenti fuorisede, tra le loro cose si portino dietro anche una cassetta degli attrezzi. Il pc, le scarpette da calcetto, la playstation, il lettore dvd, qualche libro di testo, quelli sì, ma per quanto riguarda la cassetta degli attrezzi… Anche se per quella casa ce ne sarebbe stato davvero bisogno di una cassetta degli attrezzi. O di una ditta di costruzioni che la demolisse e ricostruisse di sana pianta. Noi dopo il primo disappunto – e con buona pace per il consumo responsabile di una risorsa così preziosa – avevamo cominciato ad abituarci a quel rumore incessante di acqua che scorre. Non vivevamo molto nel soggiorno con annesso angolo cottura e questo ci aveva facilitato l’adattamento, ma il vero trucco, il colpo di genio, era stato lo scoprire che mettendo dei panni spugna proprio nel punto in cui quel rigagnolo d’acqua colava nel lavandino, il rumore scompariva quasi del tutto. Era stata come la manna che scende dal cielo perché sì, un po’ era fastidioso, dopo cena, guardarsi un film con alle spalle quell’incessante rumore tipo pisciata in un orinatoio della stazione. Ad un certo punto, per risparmiare sulla bolletta elettrica, l’unica cosa che avevamo fatto, con i pochi strumenti a nostra disposizione, era stata quella di invertire i tubi in modo che a perdere fosse il rubinetto dell’acqua fredda e non più quello dell’acqua calda.

Le cose avevano proseguito in questo modo per diverso tempo, un mese almeno. Poi il lavandino esalò gli ultimi esplodendo completamente ed a quel punto la padrona di casa si decise a chiamare l’idraulico.

La storia degli spaghetti si colloca in questo lasso di tempo che precede l’esplosione del lavandino.

Sebbene fossimo riusciti a rendere sopportabile il rumore dell’acqua che perde, niente avevamo potuto contro gli schizzi, e la spugnetta che tanto ci veniva in aiuto col rumore, quando si inzuppava d’acqua, lanciava schizzi in ogni dove. Schizzi che finivano per terra e creavano sempre una patina di umidità davanti al lavandino – ed al percorso obbligato per raggiungere il frigo – che poi noi portavamo in giro per casa, inzaccherando non più solo l’angolo cottura. Era stato per questo motivo che un giorno davanti al lavandino era apparso un tappeto, che poi in realtà era solo un pezzo di tappeto, brutto nei disegni e sfilacciato ai bordi, ma utilissimo per assorbire l’acqua che schizzava per terra. In fondo avevamo replicato il metodo della spugnetta solo più in grande stile. Nessuno di noi aveva però calcolato che pure il tappeto si sporcava, e si sporcava davvero tanto. Penso anzi che quando facevamo le pulizie lo sbattessimo un po’ fuori (ho il dubbio che qualcuno semplicemente lo lasciasse al suo posto girandoci solo intorno con la scopa) e poi lo riposizionavamo davanti al lavandino senza pulirlo mai veramente. Tanto che alla fine il dubbio se fosse più igienico tenere il tappeto o non tenerlo, aveva cominciato a fare capolino nelle menti di tutti noi, ma eravamo troppo scazzati per prendere una decisione definitiva in proposito. Anche se la fanghiglia che vi regnava sopra avrebbe dovuto farci proprendere per il gettarlo nel caminetto e dargli fuoco. Forse era che oramai tutti noi avevamo la nausea anche solo a pensare di toccare con le mani quel tappeto per toglierlo via una volta per tutte. Di solito nelle case abitate da sole ragazze esiste la fase cosiddetta “dello scazzo per il pranzo”. Fin dalla colazione ci si mette d’accordo su cosa cucinare a pranzo (o cena) e chi quel giorno deve cucinare. Da noi, come in molte altre case abitate da soli ragazzi, vigeva invece la regola che mangiavamo insieme se capitava di essere a casa alla stessa ora, ma ognuno si cucinava quello che voleva, senza rompere le palle agli altri o costringere tutta la casa a mangiare schifezze che nessuno (a parte il cuoco di turno, e spesso neanche lui dopo aver visto i risultati della sua cucina) aveva voglia di mangiare.

Quel giorno rientrando dalla facoltà per l’ora di pranzo, come al solito, mi ero subito diretto verso l’angolo cottura e messo in fila per poter utilizzare la pentola per la pasta quando sarebbe stata libera. Avevamo anche un numero così limitato di posate e stoviglie che quando invitavamo qualcuno a casa o ci arrangiavamo con la roba di plastica comprata al discount o dovevamo dire ai nostri invitati di portarsi dietro piatti, forchette e quant’altro; ed in quel momento l’unica pentola per cuocere la pasta stava già sul fornello a bollire l’acqua di uno degli abitanti della casa che per questo post chiamerò col nome fittizio di Ugo. Aspettavo tranquillo il mio turno rincuorato dal fatto che di lì a venti minuti avrei mangiato pure io le mie pennette al sugo pronto, quando accadde l’imponderabile: Ugo tira fuori dal suo ripiano nel mobiletto che usavamo come dispensa, una scatola di spaghetti, ma va a capire per quale motivo, la prende dal lato sbagliato e gli spaghetti finiscono tutti a terra. O meglio, sul tappeto, che oramai era diventato più insalubre di una palude di quelle descritte nei romanzi fantasy. Io osservo Ugo che si china a raccogliere gli spaghetti da terra – non ridevo della situazione perché non si ride mai delle disgrazie che capitano al tuo coinquilino, soprattutto quando si è affamati e si ha poco tempo a disposizione prima di dover nuovamente tornare in facoltà –  e conoscendolo, e conoscendo le sue braccine corte, sono convinto che, come minimo, si metterà a piangere per lo spreco. Mai avrei potuto pensare sarebbe successo quello che poi è successo, ovvero Ugo che come se niente fosse getta nella pentola dell’acqua bollente, quegli spaghetti che poco prima stavano ad assorbire schifezze, sul nostro orribile tappeto.

Ma hai davvero intenzione di mangiarteli? Chiedo io allibito.

Si. Risponde lui.

Ma sono caduti sul tappeto…

Vabbé tanto l’acqua bollente li disinfetta. Risponde lui con la tranquillità di un monaco zen.

Ovviamente io quel giorno, in quel momento ho deciso che non mi andava più di mangiare pasta e mi sono dato a tonno e mozzarella.

In seguito sono diventato vegetariano, l’ho fatto per una questione morale, perché non sopporto i maltrattamenti sugli animali, ma forse, con un pò di ironia, si potrebbe anche pensare che l’ho fatto perché non conosco nessun altro vegetariano e questo mi fornisce sempre un’ottima scusa per non mangiare mai quello che mangiano gli altri e prepararmi da solo i miei pasti.

 
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Pubblicato da su 28 dicembre 2011 in Coinquilini

 

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